Il momento storico che stiamo vivendo porta tutti a riflettere su aspetti e conseguenze. Abbiamo intervistato il dott. Ciro Bruno, direzione Unic per il distretto conciario Campano ed esperto di settore, per avere un parere in merito.

D. Se le diciamo Covid-19 e industria conciaria, cosa le viene in mente come primo pensiero?

R. La posizione che la conceria occupa nella filiera alimentare e, nello specifico, nella industria della carne che, ovviamente, prosegue la sua attività per garantire la fornitura di questo importante alimento.

Dunque un contrasto tra un settore primario, come quello alimentare,  che prosegue le sue produzioni e un settore conciario, direttamente collegato, che riceve, invece, il fermo di tutti i processi.

D. In particolare, cosa comporta il fermo della produzione ai processi in corso, quali le prime azioni di messa in sicurezza della merce?

R. Sarebbe stato opportuno consentire alle concerie di completare almeno la prima parte della filiera, cioè la concia vera e propria, per stabilizzare le pelli grezze provenienti dai macelli, evitando un eccessivo accumulo negli impianti di salatura del grezzo.

Ricordiamo che la materia prima del settore conciario rappresenta uno scarto dell’industria alimentare, nello specifico, di quello della carne. Siamo di fronte ad un vero e proprio esempio di economia circolare e upcycling.

D. Andando più sul tecnico, sappiamo che nei processi di concia pH e carica elettrica sono fondamentali, possiamo estendere il concetto anche al nostro sistema, o meglio, potrebbero essere gestiti per una sorta di prevenzione contro questo virus?

R. Premesso che i virus si moltiplicano solo se infettano organismi viventi, le pelli grezze, quindi, non sono idonee alla loro proliferazione. Se ho interpretato bene il senso della sua domanda rispondo che, nella inverosimile ipotesi di lavorare pelli contaminate, la concia potrebbe e sottolineo potrebbe avere un effetto decontaminante per i seguenti motivi: tenendo conto dell’azione disinfettante dell’alcool etilico e del sodio ipoclorito che denaturano le proteine del capside del virus, cioè l’involucro esterno all’interno del quale è racchiuso il materiale genetico necessario alla sua replicazione, i valori estremi di pH, che si raggiungono in alcune fasi del ciclo di concia, penso al pikel e al calcinaio, possono potenzialmente svolgere una analoga azione denaturante su queste  proteine e quindi inattivare proprio quel componente che i virologi ci dicono essere responsabile della grave sintomatologia nelle persone colpite da questa infezione.
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