L’ultimo top manager italiano alla guida di un marchio internazionale in ordine cronologico è Gabriele Maggio, che pochi giorni fa è approdato alla corte di Bernard Arnault, diventando il nuovo amministratore delegato Stella McCartney. In precedenza aveva occupato la poltrona di direttore generale di Moschino, marchio disegnato da Jeremy Scott che vale circa il 75% di tutto il gruppo Aeffe. La nomina di Gabriele Maggio rappresenta anche l’ultimo (per ora) tassello di un movimento che sta dando nuovo lustro al sistema moda italiano capace, dopo artigiani e stilisti, di creare un’altra eccellenza riconosciuta nel mondo.

Un ritratto di Gabriele Maggio

Quello dei Ceo made in Italy è una sorta di corrente figlia di un presente che ha trasformato le griffe da laboratori familiari a vere e proprie aziende, e dove il talento ha la necessità di essere guidato e organizzato per essere tradotto in successo commerciale. E a quelli italiani pare riuscire bene perché per addetti ai lavori, head hunter e imprenditori, i dirigenti italiani riescono a racchiudere un mix di ingredienti unico: professionalità, creatività, capacità di gestione dello stress aziendale, uno spiccato senso estetico e, soprattutto, uno stile di leadership più adatto ai nuovi contesti multinazionali che caratterizzano le aziende contemporanee. Ma non solo, perché a loro spetta il compito di scegliere la guida stilistica di un marchio, a patto che non ne sia proprietario, redimere e portare equilibrio nei consigli di amministrazione, soprattutto in quelli a grande composizione familiare e, infine, saper lavorare con designer dall’ego spiccato.

Un ritratto di Massimo Piombini

È per questo che vengono chiamati sia alla guida di business miliardari che di realtà più piccole e dinamiche. Con il rischio di dimenticare qualcuno, e rimanendo ancorati alla rivoluzione industriale del fashion, i precursori portano il nome di Domenico De Sole, autore della rinascita di Gucci, e Toni Belloni, che è ancora il numero due di Lvmh. Loro sono stati gli antesignani di un presente storico fatto di successi numerosi e continui. Basta guardare oltralpe, in Francia, patria dello sciovinismo, per scoprire che due delle tre più prestigiose etichette parigine sono a matrice italiana. A partire da Saint Laurent marchio guidato da Francesca Bellettini, chiamata nel 2013 dalle fila di Bottega veneta per sostituire Paul Deneve e traghettare l’etichetta in un momento cruciale di sviluppo. Da Christian Dior il timone manageriale è affidato, invece, a Pietro Beccari, con un lungo passato alla guida di Fendi. Rimanendo all’interno del gruppo Lvmh, italiano è anche Gianluca Toniolo, capo del global travel retail. O ancora, e senza muoversi dall’ombra della Tour Eiffel, Massimo Piombini guida Balmain, Baccarat, griffe di cristalleria, ha al suo timone l’ex ad di Diesel Daniela Riccardi e Karl Lagerfeld, da poco orfana del suo creatore, è amministrata da Pier Paolo Righi. Le cose non cambiano oltremanica, con Marco Gobbetti in sella al più celebre dei marchi britannici, Burberry, mentre Maia Guarnaccia dallo scorso febbraio è il numero uno da Peter Pilotto.

A Copenaghen invece, da Ganni, a decidere le strategie è Andrea Baldo. Ancora meglio va oltreoceano, dove a New York lavorano Alessandro Bogliolo, amministratore delegato di Tiffany, Fabrizio Freda a capo di Estée Lauder ed Eraldo Poletto al comando di Stuart Weitzman, marchio di calzature del gruppo Tapestry. Sempre a Manhattan, ma fuori concorso, ci sarebbe anche Claudio Del Vecchio, figlio di Leonardo Del Vecchio, che si è comprato una delle più antiche label a stelle e strisce, Brooks Brothers rilanciandola.

Un ritratto di Marco Bizzarri

Infine, ma solo per una questione di galateo, l’Italia. Perché anche al di qua delle Alpi di talenti non mancano. Forse fanno solo un po’ meno notizia e suscitano meno scalpore. A parte Marco Bizzarri che ha fatto di Gucci un caso da studio, scelta di Alessandro Michele compresa. A seguire ci sono  Micaela le Divelec che è chiamata al rilancio di Salvatore Ferragamo, Stefano Sassi che ha traghettato la Valentino del dopo Valentino (Garavani) e sotto l’ombrello di Permira prima e Mayhoola for investments poi, oltre a Bartolomeo Rongone, che dal 1° settembre ricopre il ruolo di ceo di Bottega Veneta, oltre a essere parte del comitato esecutivo del gruppo Kering. A loro si aggiungono anche Fabio D’Angelantonio che deve conservare l’heritage manifatturiero di Loro Piana e Silvio Campara intento a scalare il successo con Golden goose. Con la certezza che dopo Gabriele Maggio sarà la volta di qualche altro talento dell’economia di lusso.

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