Il tribunale di Fermo ha dato ragione all’imprenditore calzaturiero marchigiano Silvano Lattanzi, accusato nel 2011 da Gucci di aver copiato la fibbia a morsetto, elemento distintivo della Maison fiorentina .

Il giudice ha dato ragione a Lattanzi, noto per la produzione artigianale di scarpe maschili per una clientela ristretta e selezionatissima, perchè il fatto non sussiste. L’imprenditore, difeso dagli avvocati de Minicis e Calafiori, ha dimostrato di aver creato una fibbia identica nel 1991, 20 anni prima dell’inizio della causa .

E’ un pò la vittoria di Davide contro Golia, ma Lattanzi , ‘Calzolaio per Vocazione’ come ama definirsi , non è nuovo a battaglie improbe di questo tipo, avendo avuto già la meglio con Berluti, società del colosso LVMH , 15 anni fa quando per una questione analoga il tribunale, stavolta di Parigi , gli riconobbe l’anteriorità creativa del modello Clamart .

“Avevo grande fiducia in questa sentenza” , commenta a caldo, “perchè sono consapevole della correttezza e passione che animano da sempre la mia attività. Così come avevo fiducia nel Tribunale di Fermo e nei miei legali, che non sono inferiori a quelli delle grandi città e che , con un gioco di squadra eccezionale e sincera amicizia, hanno saputo portare a termine questa sfida” . Sfida che è durata per oltre otto anni , durante i quali Lattanzi non ha potuto adoperare la fibbia ‘della discordia’ .

Una vicenda che ha avuto anche conseguenze economiche: la richiesta di danno che l’azienda di Silvano Lattanzi farà a Gucci sarà valutata nelle sedi opportune. Ma l’imprenditore oggi non vuole parlare di questo, “oggi è semplicemente il giorno in cui si è ristabilita la verità” . E si può ricominciare a guardare avanti : ” Dopo quasi nove anni, da domani possiamo tornare ad utilizzare la nostra fibbia . Inoltre , il riconoscimento della paternità della fibbia a morsetto è anche un segnale per quei colleghi che fino ad oggi l’hanno utilizzata. Ero certo che la giustizia avrebbe fatto il suo corso, io sono un leone che non demorde mai” .

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